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Il canto a servizio dell'Assemblea (don Paolo Tomatis)

2022-11-30 12:35

don Antonio Parisi

Paniere musicale, Natale,

Il canto a servizio dell'Assemblea (don Paolo Tomatis)

Il canto a servizio dell'assemblea (don Paolo Tomatis)

Nelle rubriche liturgiche dell’estate, rifletteremo sul ministero prezioso e delicato del canto. Prezioso, perché senza il canto la lode è come una candela che rimane spenta. Delicato, perché esposto a due rischi opposti: il primo è quello della passività di chi è poco sensibile a cantare e far cantare; il secondo è quello dell’attivismo di chi si impossessa della celebrazione, senza riguardo né per la concreta assemblea né per lo spirito della liturgia.

 

Certo, qualcuno deve scegliere i canti, e si sa che ogni scelta non riesce ad accontentare tutti. Ma il canto si fa ministero se va alla ricerca, paziente e tenace, di un cammino comune, perché la varietà delle attese, delle competenze e delle sensibilità possa armonizzarsi nell’unità di uno stile condiviso.

Tale armonia suppone una doppia convinzione, maturata nel corso della riforma liturgica: il canto e la musica non sono appannaggio di qualcuno, ma appartengono a tutta la Chiesa e all’intera assemblea, anche là dove l’assemblea si riconosce unita nell’ascoltare il canto di uno solo o di un coro.

 

In secondo luogo, il canto e la musica non sono fini a se stessi, né sono funzionali ad una partecipazione genericamente intesa, ma sono al servizio della liturgia, cioè della partecipazione di tutti al Mistero celebrato. Un canto dell’assemblea, dunque, per la liturgia. Con questa consapevolezza, andiamo ad esaminare i diversi modi con cui il servizio del canto si concretizza nel servizio di chi concretamente canta.

In principio, c’è il canto di tutti, per la partecipazione piena ed attiva di tutta l’assemblea al Mistero celebrato.

 

Ma è proprio necessario che tutti cantino? Non basta ascoltare e rispondere con le diverse preghiere alle parole del rito? Il canto di per sé non è indispensabile in modo assoluto.

Indispensabili sono i volti, le preghiere, le parole e i gesti essenziali della liturgia: una Messa tutta «parlata» non è meno Messa. E tuttavia il canto è connaturale all’esperienza liturgica, e per questo motivo insostituibile.

Senza il canto, infatti, alcune dimensioni importanti della liturgia rimarrebbero mute, soffocate. E ciò in virtù delle principali funzioni del canto nella liturgia: anzitutto la capacità del canto di coinvolgere totalmente la persona, in particolare la sfera dell’emozione e del sentimento; in secondo luogo, la capacità del canto di esprimere la comunione e di rafforzare l’unità dell’assemblea. Proprio in virtù della sua valenza comunitaria, il canto è per eccellenza espressione e ingrediente fondamentale della festa, che avvolge il singolo nell’appartenenza ad un corpo più grande.

 

Va infine sottolineato il valore espressivo del canto, capace di dare forza e sottolineatura poetica alla parola della preghiera.

Ma allora tutti devono cantare tutto e il servizio del coro è inutile? Là dove il canto di qualcuno è posto al servizio della partecipazione di tutti, è importante la presenza di un nucleo propulsore e animatore del canto assembleare, si tratti di un coro polifonico che canta a più voci o di un semplice gruppo di persone che si ritrovano abitualmente alla Messa della comunità. Il compito del coro è anzitutto quello di introdurre, guidare, sostenere, accompagnare il canto di tutti; quindi quello di arricchire il rito dal punto di vista musicale, soprattutto nelle celebrazioni più solenni, facendosi di volta in volta voce dell’assemblea, controcanto, elemento di novità, simbolo di una unità che nella polifonia delle voci non annulla le diversità.

 

Tutto questo a patto che il coro non si sostituisca all’assemblea e non si fossilizzi su un repertorio che non sia continuamente misurato dallo spirito della liturgia e dalle concrete caratteristiche dell’assemblea.

 

don Paolo Tomatis

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